Chi lavora nell'assistenza agli anziani incontra presto una confusione che non è sua: le sigle delle qualifiche cambiano da regione a regione, descrivono percorsi di durata diversa e non sempre si equivalgono quando ci si sposta.
La distinzione che regge ovunque
La linea di separazione più solida non è fra una sigla e l'altra, ma fra profili socio-sanitari e profili socio-assistenziali.
L'OSS, operatore socio-sanitario, nasce da un accordo Stato-Regioni del 2001 ed è l'unica figura del gruppo definita a livello nazionale. Il percorso è di norma di 1000 ore fra teoria, esercitazioni e tirocinio, e il profilo comprende attività di assistenza diretta alla persona anche in contesti sanitari, sotto la responsabilità del personale infermieristico per gli atti che lo richiedono.
Le altre sigle — ASA (ausiliario socio-assistenziale), ADEST (addetto all'assistenza di base), OSA (operatore socio-assistenziale) — nascono invece da normative regionali, sono in genere più brevi e restano nell'area socio-assistenziale: aiuto nelle attività quotidiane, igiene, mobilizzazione, supporto relazionale.
Perché la differenza conta in concreto
Non è una questione di prestigio. Cambia dove si può lavorare: molte strutture sanitarie e socio-sanitarie accreditate richiedono l'OSS per una parte dei turni, e i requisiti di personale previsti dagli standard regionali di accreditamento contano le figure per qualifica, non per esperienza.
Cambia anche cosa si può fare: alcune attività a rilevanza sanitaria sono attribuite all'OSS e non alle figure socio-assistenziali. Un incarico che chiede di svolgerle a chi non ha quella qualifica è un problema per l'operatore prima ancora che per il datore di lavoro.
Il punto più trascurato: la mobilità fra regioni
Una qualifica regionale non è automaticamente valida altrove. Alcune regioni riconoscono titoli conseguiti fuori dai propri confini, altre chiedono un'integrazione formativa, altre ancora prevedono percorsi di riqualificazione per passare da ASA o ADEST a OSS con un credito sulle ore già svolte.
Prima di trasferirsi o di candidarsi in un'altra regione, la domanda da porre è precisa: questo titolo è riconosciuto qui così com'è, oppure serve un'integrazione? La risposta la dà l'assessorato competente della regione di destinazione, e conviene averla per iscritto prima di firmare qualcosa.
Cosa verificare sul proprio attestato
Tre informazioni decidono quasi tutto, e stanno sul documento:
- La denominazione esatta del titolo, non la sigla con cui lo si chiama in reparto.
- L'ente che lo ha rilasciato e gli estremi dell'autorizzazione regionale del corso. Un corso non autorizzato produce un attestato che nessuna struttura accreditata può contare.
- Il monte ore e la presenza del tirocinio, che sono gli elementi su cui si calcola un'eventuale integrazione.
Il quadro cambia, e va verificato alla fonte
Le regioni aggiornano periodicamente i propri profili e i percorsi di riqualificazione. Questa pagina descrive l'impianto generale, non sostituisce la normativa della singola regione: per una decisione che riguarda un contratto o un trasferimento, il riferimento è la delibera regionale vigente.